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Nome: Simona M
Un tempo non avrei avuto risposta. Oggi, semplicemente, io.
Nel bene e nel male, passo dopo passo, cercando il mio sorriso, ogni volta che posso.
Anche adesso.
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(peccato solo non si aggiorni da solo!)
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Ho sbattuto molte porte.
Le ricordo tutte, una dopo l’altra.
Le ricordo tutte perché per ognuna ho desiderato che chi era rimasto oltre quell’assurdo gesto, basito innanzi a quella furia capace di far tremare i cardini e i muri di interi palazzi, ingoiasse il proprio orgoglio per accrescere il mio, nel supplicarmi di tornare.
Sono sempre rimasta sola, oltre la porta sbattuta.
Sola nell’incertezza del tornare sui miei passi e appoggiare la mano sulla maniglia e…
Volevo solo che alle mie spalle si udisse la porta che si riapriva e poi, lieve, il calore di una mano appoggiata sulla mia spalla da cornice ad una voce che mi desiderava ancora. Non voleva io andassi via.
E se fosse accaduto, io avrei saputo tornare indietro, cancellando il passato o il sorriso di chi si sente di aver vinto, almeno una volta?
No, credo di no.
Non ho mai voluto restare, io.
E forse è un bene io abbia sbattuto quelle porte, che non sia mai tornata sui miei passi per riaprirle e che nessuna mano abbia avverato il mio desiderio di supplicarmi di far marcia indietro.
È un bene perché sono qui.
Così, per colpa, credevo ma in realtà per merito del mio orgoglio, senza esser mai riuscita a dire ciò che sentivo dentro, neppure quando credevo di esser talmente sopraffatta dall’emozione da aver bisogno di pizzicarmi la pelle per aver prova del mio vivere.
Non ho sprecato parole.
Non ho definito in maniera stupida quello che credevo di sentire perché con la testa troppo infarcita di luoghi comuni su fantomatiche farfalle che volano compatte dentro lo stomaco. Non ho scritto inutili parole melense destinate a sbiadirsi sotto la pioggia del primo temporale estivo. Non ho incespicato nei miei gesti o ammiccato sguardi destinati a restar sospesi per il tempo necessario a far venire le vertigini a chi attendeva un solo, piccolo, anche insignificante, gesto. Non ho fatto nulla di tutto ciò. Nulla che ogni essere del mio stesso genere e sesso fa, giorno dopo giorno.
Ho solo camminato fiera.
Per molti “troppo disillusa”.
Magari sola.
Per troppi “con l’arroganza di un uomo e la smorfia schifata di una bambola gonfiabile”: strano, non giocavo ne con soldatini ne con le bambole da piccola, solo con chiodi e martello per costruire qualunque oggetto ne potesse contenere un altro. Solo io restavo fuori dalle cose che costruivo. Solo io restavo fuori da quello di cui mi circolavo o che mi circondava mio malgrado. Anche dai sentimenti: era impossibile chiuderli nelle scatole pensavo da bambina. È impossibile chiuderli dentro qualunque cosa, penso ora.
Anche dentro le parole.
Per questo non le ho mai dette.
Anche il silenzio non si più circoscrivere ma ai miei occhi era molto più reale del sentimento, di qualunque sentimento: il silenzio si può vivere e puoi vivere nel silenzio ma, ciò nonostante, il silenzio non può esser chiuso in un contenitore, anche se molte scatole sono piene di silenzio: sono silenziose ma è diverso quando dico che sono piene di silenzio. Sono due cose diverse, pensaci. E, comunque, anche se le cose possono esser piene di silenzio, non lo posseggono perché il silenzio non puoi chiuderlo da nessuna parte.
Io avevo il silenzio dentro.
Se potevo mi circondavo di silenzio.
Se avessi potuto, perché davvero non si può ed io lo so bene perché ho provato mille volte, lo avrei dipinto il silenzio: perchè è talmente più bello delle parole, così pieno e ricolmo di sfumature e sottigliezze. Ed è così libero, io che chiudo ogni cosa dentro qualunque altra la possa contenere so bene cosa sia la libertà. Anche quella non la puoi chiudere, del resto, se no, non sarebbe tale!
La libertà però non è sbattere le porte e neppure costruire oggetti che ne contengano altri: la libertà non è nulla di tutto questo, quindi io non sono libera, neppure quando la gente mi addita e sussurra che io non ho legami, vincoli, nessun ormeggio. Se solo sapessero quanto costruire scatole che contengono altri contenitori sia necessario a me stessa: solo allora comprenderebbero quanto sono schiava di quella cosa che loro credono libertà.
In fin dei conti però hanno ragione, se volessi esser diversa lo sarei già diventata ma non come disse quel ragazzetto con la mano stranamente nervosa in tasca, due goccine di sudore ai lati della fronte e l’aria ansimante mentre non smetteva di guardarmi le tette e il culo mentre io a carponi cercavo di raddrizzare il chiodo sulla cassa che lui aveva piantato storto: “prima o poi cambierà e romperà ogni scatola che ha fatto, pure le nostre… e sai che solfa dopo!?” disse.
Solfa di che? Impara a piantare i chiodi, in silenzio.
Del resto con tutte quelle porte sbattute non averi potuto far altro che chiuder casse di legno, qui al porto.
Il rumore è lo stesso che ricorda la mia testa, solo che qui non basta un colpo secco, ce ne vogliono almeno due.
A me ce ne vogliono almeno due, agli altri di più: il primo per poggiare quanto basta il chiodo, l’altro per farlo penetrare fino in fondo. E via, col cazzo che la cassa si riapre!
Perché nella mia testa ogni scatola, ogni cassa, ogni diavolo di cosa concava, ne contiene per forza un’altra, come una matrioska: e se noi non vediamo ciò che contiene poco importa, c’è.
Al peggio contiene dell’aria che ne contiene a sua volta altra.
Tutto contiene, uno dentro l’altro.
Non può esser diversamente.
Ho bisogno di credere sia così.
È l’unica cosa di cui ho bisogno credere alla matrioska.
Quello e il fatto che il silenzio sia l’unica cosa che non si può chiudere in una cassa.
Non esiste null’altro: la matrioska e il silenzio.
“Joleeee, ne hai ancora di chiodi te?” eccolo, di nuovo lo stronzetto che rompe il silenzio con domande stupide, ma non lo sa che in magazzino ce ne sono quanti ne vuole di chiodi?!
Se solo potessi chiuderlo dentro questa cassa.
A lui si che chiuderei la porta in faccia, dritta sul muso, senza aspettare lui la possa riaprire. Anzi, ci conficcherei tutti questi chiodi per esser sicura che non la possa riaprire, così si potrebbe trastullare l’uccello senza che nessuno si scocci a vederlo. Io per prima.
Sbattere le porte e inchiodare i chiodi.
Stesso rumore, solo che il secondo ripete all’infinito il rumore del primo: quello che ora non mi fa dormire perché per la prima volta non riesco più a sentire il silenzio. Perché per la prima volta si è chiusa una porta che io volevo restasse aperta. Solo che questa volta nessuno può più aprire quella porta. Solo che questa volta le emozioni si sono zittite mentre la porta sbatteva.
Sono tutte qui, che urlano più forte del rumore del martello sui chiodi.
“Ahia” il martello sul dito: strano, non mi era mai successo di ferirmi, io che ho fatto del mio martello e dei miei chiodi la mia vita. Anche quando sopraffatta dall’emozione da aver bisogno di pizzicarmi la pelle per aver prova del mio vivere.
Non ho sprecato parole. Fino ad ora, con quel gridolino da femmina di dolore.
Non ho mai sprecato le parole. Non ho mai definito in maniera errata quello che credevo di sentire perché con la testa troppo infarcita di luoghi comuni su fantomatiche farfalle che volano compatte dentro lo stomaco. Non ho scritto inutili parole melense destinate a sbiadirsi sotto la pioggia del primo temporale estivo. Non ho mai incespicato nei miei gesti o ammiccato sguardi destinati a restar sospesi per il tempo necessario a far venire le vertigini a chi attendeva un solo, piccolo, anche insignificante, gesto. Non ho fatto nulla di tutto ciò. Nulla che ogni essere del mio stesso genere e sesso fa, giorno dopo giorno.
Eppure ora…
Vorrei che quella porta non si fosse mai chiusa, non prima che io potessi dire quello che nessun rumore di chiodo può coprire. Quello che sento dentro, al posto del silenzio. Qualcosa che, come il silenzio, non può esser chiuso in scatole o dietro alle porte. Qualcosa che non credevo esistesse perché il mondo, il mondo era composto solo di matrioska e silenzio.
“Joleeee, sti chiodi!?”
Ma chi cazzo se ne frega dei chiodi!
Se solo la piantasse di menarsi l’uccello e… merda merda merda: perché sento tutto questo che smuove dentro di me, forse pure dentro la scatola che sto costruendo? Tutto si può chiudere in una cassa, tutto, tranne il silenzio.
“Jole, ma tu piangi!?”
“Jole, puoi ancora dirglielo. Ti può ancora sentire.”
No, non può. Non è più qui. È in una cassa che io non ho potuto inchiodare perché la vita ci ha sbattuto in faccia la porta così forte che lui c’è rimasto e io pure, solo che io respiro e lui non più. Solo che dirlo ora non ha più valore. Perché ci separa una porta e una cassa.
Ed io non posso far altre che mentire al mondo e costruire una grande scatola, che ne contenga una più piccola, che ne conterrà una ancor più piccola e andare avanti fino all’infinito, fino a quando i chiodi saranno troppo grandi per fissare le assi e, solo a quel punto, in silenzio, scrivere quello che non ho saputo dire: ti amo.
Sono qui, nuovamente.
Forse un po’ in sordina.
Forse cambiata.
Ma sempre io.
Qui.
“Ti ho perso” continuava a ripetere senza sosta alcuna, lì nella penombra di una strada improvvisamente deserta e bagnata da una pioggia che pareva solo semplice nebbia se paragonata alle lacrime che stava piangendo.
“Ti ho perso” recitava la bocca senza che alcun inflessione, incertezza o un accenno di sentimento accompagnasse quel suono.
“Ti ho perso”.
E la città pareva immobile, sospesa in un tempo e in uno spazio indefinibile come se ogni essere si fosse bloccato alla ricerca di una direzione, un alito di vento a cui attaccarsi per sfuggire quell’istante senza speranza.
Nulla pareva certo in quella luce surreale che trasformava ogni oggetto in una variazione di giallo. Di notte e di giallo. Forse anche le lacrime erano gialle come il fumo di una sigaretta che nessuno pareva ricordarsi di fumare. Forse anche il suono della sua voce. Tutto giallo. Anche lui, credette lei ma non ebbe il coraggio di alzare la fronte da quel muro che pareva sorreggerla. Il dolore poteva esser giallo? Nero come le ombre su quell’asfalto forse, o grigio come il brandello di un manifesto destinato a scivolare a terra tra forse cinque o dieci gocce di pioggia ancora ma giallo… non aveva mai creduto potesse esser giallo il dolore. Eppure non aveva mai creduto neppure di poter perdere colui che attonito la stava osservando. Lui che non sapeva di aver mai avuto e se ora sentiva di averlo perso, non poteva che maledire se stessa per non aver capito di averlo avuto con se anche solo per un istante.
Puoi perdere ciò che non hai?
Puoi vivere con la consapevolezza di aver perso qualcosa che non sapevi possedere?
“Ti ho perso”.
Ancora e ancora, come un disco rotto. Come se nulla potesse esser diverso da quella frase, in quel momento. Un momento destinato a non finire mai. A non esser interrotto mai, neppure dalle lacrime o dalla pioggia.
“Ti ho perso”.
Quante volte poteva ripete quelle parole? Quante volte ancora poteva pensarle?
“Ti ho perso”.
“Ti ho perso quando ho perduto me stessa” disse infine lei, ritrovando il suo respiro e asciugando le lacrime.
Il tempo aveva ripreso a scorrere.
Anche le macchine nelle strade vicine.
Anche lui, restato impassibile fino a quel momento, trasformato in statua di sale da quella cantilena destinata a non terminare mai, mai fino a che, come invece era accaduto, lei non avesse trovato la risposta. E la risposta, in quel mondo circondato da una strana luce giallastra, era il salvagente per chi naufraga in un mare di lacrime di cui non vede la riva. La fine.
No.
Non la fine.
Aveva alzato gli occhi e aveva osservato quello che la circondava.
Una bocca a cui non sapeva più star lontana ma che fin troppe volte aveva lei stesso allontanato riempiendosi la sua di parole sterili. Mani delle quali, anche se distanti in quel momento, lei non aveva dimenticato il calore e lì, sotto quella luce gialla, zuppa di pioggia e di lacrime, desiderava ardentemente la scaldassero ancora. E il battito di quel cuore, sentito mille volte almeno, sotto ad un maglione o una camicia o tra i peli di un torace che non sapeva smettere di scoprire ogni volta, inebriato di odore.
Odore di lui.
Le pareva in quel momento di non conoscere più nulla del mondo perché incapace di ricordare il sapore di lui. La voce di lui. Lui che le era davanti ma, stretto nel suo mutismo, non sapeva chi fosse.
Del resto lei ignorava se stessa.
Almeno fino a quel momento.
Dimenticata o nascosta dietro a parvenze di una vita vissuta perché da vivere, illusa dietro a piccoli traguardi agognati perché le grandi mete non erano alla sua portata.
Neppure lui lo era, credeva.
Arresa.
Arresa.
Ecco quando si era persa.
Quando si era arresa.
E lì, sotto il voltone di una strada che il destino e la pioggia e le lacrime e la disperazione facevano apparire giallo, improvvisamente ciò che era dentro lei era uscito. Come un fiume in piena, come ciò di cui un tempo aveva descritto se stessa per poi abbandonarlo, abbandonarsi, nuovamente al fluire del tempo.
No.
Nessuna resa.
Nessuna resa anche se persi nella confusione, ripeteva mentalmente a se stessa. Un barlume di lei era penetrato oltre le difese che con cura aveva costruito. Forse anche oltre lui.
E lui, per un breve attimo era apparso come qualcun altro, un essere fragile come lei o così maledettamente furbo da attendere che fosse lei stessa ad auto distruggersi in quei pensieri che in altre mille occasioni avrebbero potuto annullarla.
Lo aveva guardato negli occhi e gli aveva confessato che aveva desiderato vedersi vecchi insieme, scevri dalle battute di repertorio sul cani guida o il ruolo da badante. Liberi dal rendersi affascinanti ma affascinati da ciò che erano diventati: un vissuto anzi, due vissuti che camminavano ancora insieme. Con rughe che erano mappe e ricordi che facevano da guarnizioni a torte che forse i medici avrebbero sconsigliato loro di mangiare.
Aveva avuto paura lei quando aveva pensato a quel futuro anziano, perché mai lei era successo.
Aveva avuto paura a raccontarlo a lui sapendo quanto il futuro era qualcosa di cui lui non voleva parlare perché ai suoi occhi troppo vicino. Eppure lei non era ingenua. Eppure era ciò che pensava sul serio.
In fondo, però, era lui che fuggiva il futuro perché aveva già vissuto un passato pieno.
Le era sempre sembrata strana questa cosa: aver vissuto e non voler più viver altro che la roulette che la vita stessa ti offre ogni giorno su un plateau. Era davvero possibile viver senza progetti? Inseguir le farfalle pur sapendo che l’indomani non sarebbero più state in vita? Ma, soprattutto, per colui il quale la nuova emozione è elisir di lunga vita, come era possibile lui stesso si prestasse a viver giorno dopo giorno aggrappandosi allo stesso copione? Perché non c’è voglia, o meglio tempo, di cambiar battute o stile di vita vincenti se sai che ogni giorno innanzi al tuo palco ci sarà gente nuova che resterà sbalordita, per lo spazio che concederai loro, fissando la tua immagine “perfetta” per sempre.
No, no, c’era qualcosa che stonava nei suoi pensieri, come del resto aveva stonato dal primo giorno in cui lei gli aveva parlato.
Distintamente, lì, sotto quel voltone ingiallito dalla notte, lei ricordava la prima volta che lo aveva veduto: aveva dovuto appoggiarsi al muro, proprio come in quel preciso istante sotto la pioggia, senza capirne il motivo. Come un romanzetto di basso profilo quello strano mancamento, quel senso intenso di vertigine, aveva avuto senso solo nell’istante in cui lei si era girata, senza motivo se non per uno strano richiamo della sua mente, e lo aveva visto varcare la soglia e avvicinarsi. Pensò di appartenere a quell’uomo che non conosceva, poi annullò la testa perché quel pensiero non aveva alcuna logica: dopo 4 anni quelle lacrime erano il segno che quelle vertigini altro non erano che aver riconosciuto colui che si aspettava da tempo immemore, forse da sempre.
Quando parlarono la prima volta lei notò che certe frasi uscivano in sonoro senza che le labbra si muovessero: non era esattamente così, le labbra si muovevano eccome, pure in sincrono ma uscivano strane, come se a parlare fosse qualcun altro. Lo stesso uomo che pochi istanti prima si era sdoppiato per fuggire da colui che ancora ora la stava osservando sotto al voltone. Come una porta che non è oliata. Come una notte senza stelle. Come un’anima senza cuore. Forse era così, nella sua ingenuità difesa con la stessa vita, che lei aveva trovato un senso a quello stridio di parole: un’armatura indossata talmente tante volte da non volersene più staccare, del resto, ogni fiera è molto simile a se stessa… cambia solo se siamo noi a volerla vivere in maniera diversa ed è il male del nostro tempo, quello che ci spinge verso le disperazioni più nere o alle depressioni più oscure, il non voler cambiare le cose perché nell’umidità delle lacrime abbiamo trovato una casa che seppur piccola e brutta, sentiamo nostra.
E nostra è la storia che vogliamo raccontare.
Nostre sono le parole che scegliamo per raccontarla nel modo in cui noi vogliamo raccontarla, le disse lui un giorno.
E nostra è la voce, l’intonazione, la scelta delle pause o la mimica sul nostro viso: ogni dettaglio è il nostro mezzo per raccontare ciò che noi vogliamo raccontare nel modo in cui noi vogliamo venga colto da noi e dagli altri.
Ma lei non era certo migliore di lui: avevano solo la speranza che li divideva, o che li aveva sempre divisi.
Lei si ostinava a voler la speranza, anche se in silenzio, come fosse una scatola dei segreti o un preghiera privata.
Sotto al voltone, dilaniante come solo lo squarcio di un coltello nell’addome può essere, lei ebbe l’impressione di cadere a terra sotto tanto dolore: la sua paura più grande era quella di viver repliche del suo vissuto, cloni di se stessa, copie di foto già scattate... eppure lui, in quella sua strana forma che era stata statua di sale ma che ora pareva tornare esser umano, pareva non poterne fare a meno, come se quelle parole che iniziavano ad uscire dalla sua persona fossero già state dette, chissà quante altre volte a chissà quante altre donne in lacrime sotto ad un voltone.
La sua colpa. Il suo esser vigliacco. Quelle pause. Quel silenzio.
No.
Non con lei.
Con tutte le altre forse ma non con lei: questo era l’inconcepibile. Inconcepibile esser messa tra le pagine di un copione quando il suo cuore, le sue lacrime erano lì, vere e non fotocopiabili, parte essenziale della vita che stava vivendo e che lui, l’uomo che la guardava, pareva limitarsi a leggere.
No.
Lo aveva perso, certo, ma chi aveva perso? L’uomo del giorno per giorno non può recitare le battute a memoria.
Ecco.
Ecco il crampo invadere il corpo.
Ecco la disperazione che non sa spiegare.
Ecco quello stridio: non vivi giorno per giorno se segui un copione.
Silenzio.
Solo silenzio.
Avrebbe potuto dire ogni cosa tranne che quella.
Solo per questo scelse il silenzio.
Il silenzio e la sua colpa perché quando ami non puoi ferire colui per il quale desideri solo il bene. Anche se tu sei li, morente sotto ad un voltone. Sconvolta da un realtà che…
“Dimentica” pensò.
“Dimentica che cosa!?” si rispose in impeto di rabbia nascosto nel repentino cambio di posizione: ora guardava lui, in faccia.
Adulazione. Questo era stata la chiave della loro storia perché questa era la chiave di lei, ed una volta lei glielo aveva detto che in passato (non poteva certo parlarne al presente, anche se ci aveva provato), lei usava comportarsi con gli altri come lei stessa desiderava gli altri si rapportassero a lei: con compiacimenti e complimenti espliciti e con lusinghe sentite e rafforzate dai suoi gesti.
Lui era bello, era sexi, incredibilmente bello e sexi, seducente, da baciare, da consumare annusandolo, carezzandolo, guardandolo: lo pensava, non erano bugie, solo pensieri che sarebbero rimasti inutili dentro di lei se non li avesse condivisi con lui. E lui non faceva mistero del piacere nel sentirli.
Lei non aveva mai ignorato il resto di lui, ne era sempre stata cosciente, forse non nel dettaglio ma nel complesso: lui non era perfezione ma imperfezione. Una meravigliosa imperfezione ma questo lei non era mai riuscito a dirlo. Non fino in fondo perché lei stessa non amava che gli altri notassero i suoi difetti, eppure quelli di lui erano gemme che lo rendevano ancora più prezioso. Il complesso di lui lo rendeva speciale: il suo esser complesso, sfaccettato era la sua bellezza. Quella bellezza di cui lei non trovava ragione per smettere di cibarsene. Quella bellezza talmente insita in lui, e negli occhi di lei, da immaginare di esser vecchi insieme.
Toccava le sue incertezze, anche il lamentarsi per un chilo in più o le sempre più frequenti battute sull’età che avanzava e le trasformava in cose di poca importanza: perché ai suoi occhi tutto era parte di lui e solo il sottolinearne la pochezza lo avrebbero rinfrancato. Non era cieca o accecata dal suo amore: sapeva solo che quando si ha freddo una coperta offerta scalda molto prima del doversi alzare a piedi nudi per andarla a prenderla nell’armadio.
Sotto a quel maledetto voltone si rendeva conto per la prima volta che il freddo è necessario a volte.
Si rendeva conto che lei stava sentendo freddo da diversi giorni.
Brividi profondi.
Necessità di un punto di appiglio perché sai, come lo ignori ma lo sai, che stai perdendo terreno.
Aveva bisogno delle parole di lui ma era una delle regole del gioco, la prima che aveva accettato: il giorno per giorno non accetta certezze.
Tremori.
Che strano, era solo da poco che si sentiva disconfermata.
Si era persa, lei, ma lui era solo da poco che non era presente nelle sue assenze, perché lui anche se lontano era sempre stato percepito da lei, in maniera molto più forte rispetto coloro i quali le avevano giurato amore eterno o il mondo intero.
Se non si fosse sentita sola nell’assenza non avrebbe colto disconferme in quei gesti che avrebbero dovuto esser pieni di gioia. Conosceva le disconferme, erano il carburante per colui che era di fronte a lei: l’impalpabile e eterea sensazione di esserci e non esserci, per essere quando si sceglie di esserci e non sentirsi in colpa o manchevoli quando si desidera altro. Senza impegno. Nessun impegno. Solo il piacere di esserci. Sfuggevolmente.
Rendeva comoda la cuccia, lei. La cuccia, non una casa. Casa è impegno. Cuccia è cuccia. Oggi c’è, domani chissà. Giorno per giorno. Giorno per giorno, dove tutto è lecito tranne l’impegno: eppure lui si stava impegnando. Maledettamente impegnando. Lei lo guardava e non capiva. Lei lo guardava nel suo parlar di futuro, piccolo, piccolissimo futuro, e non si permetteva di capire: non voleva conferma in ciò che pareva uscito al controllo di lui.
Controllo: lei era fuori controllo da un po’.
Odiava se stessa per questo. Non si sopportava.
Avrebbe voluto solo lui le dicesse “basta”, spingendola al muro baciandola. Lasciandola inerme. Zittendola per un tempo indefinito, spoglio di complimenti perché pieno e maschio di quella forza che è il controllo: era convinta lui ne avesse paura. Non ricordava quando o perché aveva maturato questa idea. Mesi, molti mesi prima di quella strada gialla. La stessa strada gialla che vedeva lui muto e lei continuare a riempire l’aria per nascondere ciò che stava pensando. Adulandolo, controbattendo al suo esser vigliacco: mondandolo da quelle colpe che volevano diventare più pesanti del giaccone oramai zuppo di pioggia. Forse sarebbe morto sotto il peso di quelle colpe, pensò.
Lei stava morendo, anche se il sangue non si poteva vedere perché annacquato da tutte quelle lacrime.
Lei stava morendo e lui era li: forse a recitare un copione o a cogliere un treno di passaggio o veder compiere l’auto profezia.
Quando lui, finalmente la toccò, ciò che era giallo diventò improvvisamente di un bianco accecante.
Nessuna porta cigolava.
Nessuna pioggia inondava la strada.
Nessuna lacrima era mai scesa.
“Dimentica” pensò.
E dimenticò la città intera, le disconferme che alimentano l’illusione del tempo che resta unico, la paura di morire dissanguati perché non c’è nessuna spiegazione che possa suturare la ferita, la rabbia, l’adulazione, le incertezze, i copioni o i silenzi.
Restò li tra le sue braccia solo con la conferma che quelle vertigini provate prima del suo ingresso, avevano un senso: quel senso.
Poteva vivere senza lui, pensò.
Poteva ma non voleva farlo.
E non voleva neppure lui vivere senza, questa era l’unica certezza che aveva dentro.
Priva di fondamento, certo ma reale come il fatto che nonostante tutto lei stesse ancora respirando.
“Dimentica” pensò.
Non è una o centomila lusinghe che hanno fatto di questo abbraccio un Abbraccio.
Non è un copione o il film di una vita a rendere unico questo istante.
Non è la paura.
È solo “noi”. Pensò lei.
“Ti ho perso” disse lei.
Rumore di pioggia che senza pudore continua a bagnare i loro volti.
“Ti ho perso quando ho perduto me stessa” aggiunse.
Forse aveva tradito il loro cammino perdendosi.
Forse lui poteva chiamarla a se.
Forse ma non era più importante.
Capire che lei si era persa, che lo aveva perso, questo contava: questo diceva quell’abbraccio, come se entrambi si fondessero nell’altro, liberi per un istante dalla paura, dal resto del mondo e da quelle farfalle che erano scomparse ma che erano nuovamente li, davanti a loro.
“Farfalle: se la vita fosse farfalla, l’intero mondo si fermerebbe ogni giorno di pioggia”, pensò.
Attorno lei, tutto stava piovendo.
Anche il suo amore.
Se solo avesse trovato la forza per dirgli che per quelle lacrime e quella pioggia ci sarebbero voluti mesi per asciugarle l’anima e che il suo orgoglio, il suo maledetto orgoglio, avrebbe fatto ogni cosa in suo possesso per nascondere i lividi di quella notte.
Questo era il suo limite.
Lo era sempre stato.
Lavare la terra che, unita alle lacrime, era diventata fango… fango che sarebbe stato presto cemento se lei non lo avesse spazzato via.
Lacrime e terra, mente e cuore.
Aveva gli strumenti per spezzare le catene, per non nascondersi dietro alla prima lusinga fatta da un pretendente al suo talamo: in questo, ne era certa, non si assomigliavano. Aveva gli strumenti ma non li aveva mai messi in pratica e non era certa di come sarebbero andata le cose ma, soprattutto, di quanto tempo aveva per ritrovar ciò che aveva perso: se stessa.
La farfalla che era, aveva perso.
Trovare la farfalla nel fango non sarebbe stato facile, pensò.
Non con questa ferita, non con questo silenzio, non con questa distanza.
Eppure la luce accecante scaturita dall’abbraccio era non una ma mille larve di farfalle che sarebbero potuto nascere ancora: dipendeva solo da lei scaldare quelle larve e farle vivere fino a che non avessero avuto la forza per prendere il volo.
Dipendeva solo da lei lavare via il fango e curare la sua ferita.
Dipendeva solo da lei mostrare quello che era nascosto dal suo orgoglio ma, staccandosi da lui, ripiombando nella luce gialla di una strada madida di pioggia, temeva di non riuscire a farlo perché per la prima volta non era riuscita a penetrare dentro gli occhi dell’uomo che sentiva di amare.
Avrebbe potuto vincere se stessa e andare oltre al punto di confine: non quello svelato sotto la pioggia, l’altro, quello più nascosto, quello mai violato, quello che le aveva sempre impedito di abbassare la testa e affidarsi completamente nelle mani di un altro essere. Avrebbe potuto vincere se stessa anche se colui che le era di fronte non avrebbe mai violato se stesso.
Solo per lei si sarebbe vinta.
Solo per lei decise di violarsi.
Ignorando il come, sapendo solo che, seppur difficile, sarebbe riuscita.
Annullando, con fatica, nei giorni a seguire, i granelli di reticenza che erano il muro che la difendeva.
Forse lui non avrebbe mai visto cosa c’era oltre il muro, fuggito verso nuove lusinghe cariche dell’entusiasmo di nuove scoperte. Forse lui non voleva neppure esser consapevole dell’esistenza di camere segrete perché già affaticato dall’onere delle sue e, nel mondo del giorno per giorno, ogni onere è impegno: impegno non è rincorrere farfalle.
Forse.
Lei avrebbe cercato di lavare via il fango, accudito le larve di farfalla, sgretolato il muro che la nascondeva e camminato al fianco di quell’uomo per il tempo che le sarebbe stato concesso, che fosse anche solo un minuto o un giorno. Sapeva che era questo che voleva fare.
Che era quello l’istante esatto per decidere di farlo.
Solo per questo lei disse: “io sono qui”.
Quando già hai poca voglia e in più la mole di lavoro registra un momentaneo rallentamento... il mondo appare un po’ diverso.
Appare irrimediabilmente non irritante l’imbranata addetta alle poste che ci mette 25 minuti delle tua preziosissima vita per spedire il pacco di un’altra allucinante donnicciola che anziché indispettirsi per il trascorrere dei minuti da corda alla prima dilatando il tempo e la coda che inizia a formarsi dietro a te.
Di me.
Si, io quella con in mano solo una raccomandata (già compilata) a cui, prima una donna “scusi, dovrei solo chiedere se mi pesa la busta perché non vorrei cannare il francobollo…che poi sono già in ritardo anzi no, proprio ora dovevo già esser dall’altra parte di Bologna”, poi un ragazzotto “non è che mi permette solo un secondo che ho bisogno di un tagliandino per il Celere1”, domandano se possono passarmi avanti.
Prego, fate pure.
Se ci riuscite, intendo.
Si, perché il pacco da spedire è ancora lì con l’imbranata e la donnicciola che disquisiscono sui centesimi, o sui grammi del pacco.
Prima la donna e poi il ragazzo, quelli della fila intendo, mi guardano sconsolati.
Io abbozzo divertita un segno d’impazienza.
I due si guardano loro volta.
Poi di nuovo guardano me.
Guardare la scena allo sportello davvero non si può.
…ci vorrebbe un bel commento in dialetto del tipico Umarell ma pare proprio che oggi gli uffici postali non siano gettonati: effettivamente è troppo breve la nostra fila per meritarsi un umarell o una sdaura preoccupata dal fa tardi per preparare le tagliatelle al suo Gino.
Il ragazzotto mi guarda ancora, incerto se tentare di suicidarsi lanciandosi dall’enorme altezza della bilancia pesa pacchi o nell’attaccare discorso con la donna del “quanto pesa la mia busta” che vorrebbe io le fugassi ogni dubbi e, mio malgrado, mi costringe a comparare la busta affrancata che ho in mano con quella che deve spedire lei: ma assomiglio all’icona della Giustizia!?
Il ragazzotto, oramai impazzito, rischia di far esplodere la molla della penna tiene in mano nell’inconsulto perseguire il suo record di tric/trac-puntafuori/puntadentro quando, con un lampo di genio, richiama gli sguardi della fila su di lui mimando il gesto estremo dell’abbandono alla vita puntandosi la penna sulla giugulare.
Dovrebbe usare la penna, anzi un fucile, contro l’addetta alle poste: sta chiaramente pensando l’altra, ma il pensiero cade nel baratro perché nessun effetto positivo sblocca la biblica lentezza dell’impiegata.
Poi Dio si ricorda di noi e, pluf, spedisce il pacco.
E il mondo ricomincia in un minuto e mezzo: quello composto dalla signora che riesce a farsi pesare una busta, dal ragazzotto che trionfa nel farsi cosengnare un modello per il Celere1…e da me che, finalmente, riesco ad inviare una A/R a Prato da 3 euro e 80 centesimo.
Il mondo che vorremmo. Ascolto le lacrime dall’altra parte del filo. Immobile. Pronta a scattare ma destinata a restare ferma innanzi ad un sogno che si infrange come un’onda violenta su alte scogliere. Forse come un frutto maturo gettato con forza contro un muro di pietra a vista. E i muri di pietra a vista che tanto ci hanno emozionato sono irrimediabilmente lontani da noi. Da lei.
E la realtà fa male come le nostre più oscure paure o i bisogni più intimi, quelli inconfessabili di sentirsi bisognosi di anche solo un’ora di felicità. Perché non è vero che la felicità non esiste: possiamo crearla in noi, nelle nostre illusioni quando tutto si fa più complicato. Siamo capaci di farlo ma, dopo, quando l’ora è finita non siamo capaci di reggere la realtà. E certe realtà, proprio quelle che più abbiamo cullato, ci lasciano nel freddo più profondo. Soli nel freddo.
Ricordo bene come ci si sente.
E le parole degli amici servono a poco. A nulla se ci sentiamo noi responsabili di un vissuto che era irreale. Artefatto con le nostre mani, ingentilito con il nostro bisogno di affetto e legittimato da l’inesauribile bisogno di una fetta anche per noi di vita felice.
Merda.
E le mie parole sono vuote, nulle, vane come se cercassi di stringere, con un abbraccio, l’aria.
Non posso fermare quelle lacrime.
Non posso neppure sperare vengano asciugate da chi di dovere perché dopo i sorrisi temo ne scenderebbero ancora di lacrime.
Ed allora prego per la Forza.
Qualunque.
Qualunque possa donare una fetta di meritata serenità.
Serenità perché la serenità esiste. Esiste e può persistere.
Ed ora, proprio ora, dovrebbe farsi vedere.
Stringo un ramoscello d’ulivo trovato sulla scalinata di una chiesa dopo che ho chiesto un segno: se è Pace il messaggio per me, prego sia pace anche per lei. Per loro.
Aspetto l’autobus quando mi si affianca un taxi con dentro l’Elfo. Baci veloci e via verso il lavoro. Chiamo l’Elfo mentre bevo il caffè… l’averla vista meno abbronzata del solito, sentita un po’ schiva nelle telefonate scorse… non so, mi puzza. E seguendo la puzza inizio a intravedere dov’è la merdaccia. E non sono molto felice di esser li per scovarla.
È indubbio non stia bene e il sapere che non sono stata bene neppure io ha aggravato la sua visione del mondo. E in questi giorni, più parlo con la gente, più la visione più comune è parecchio scura, prolungatamente buia.
Io nel mio piccolo mi sento come le nuvole sulle isole atlantiche: come appaiono poi spariscono… anche se non so se trattandisi in questo caso di mammanza sarà così facile.
L’ansia, certi timori che ti vengono in mente quando hai la tachicardia…spero solo che ora che è di nuovo qui si plachi ma inizio a credere che abbi raggiunto la soglia e sia stanca.
E mi spavento. Tengo tutto dentro, maledettamente dentro, sempre più.
Inizio ad assomiliarle in questo.
E questo era l’unico aspetto di lei che non mi è mai piaciuto.
E poi c’è il fattore crescere, alla mia tenera età, lo so… ma più del rinunciare al farmi accudire, privilegio di cui sono ben consapevole, c’è la paura di non sapere come si accudiscono gli altri ma, per ora pare io abbia ancora un po’ di tempo per giocare a fare la figlia.
Ho solo voglia finisca questa settimana.
31mm. 31mm: il diametro di 4 sigarette, la misura di due monetine da un centesimo affincate.
Una misura minuscola dentro il corpo di una persona, eppure lui (o lei) è li dentro il pancino di un’amica. A pochi passi da me in una domenica al mare. Negli occhi sereni di chi lo sta aspettando.
Dovrebbero studiare gli antidepressivi su quel senso di appagamento e serenità delle donne incinte.
31mm mi pare un bel nome per il mio nipotino. Un nome perfetto anche quando, da testa a coda, misurerà 20 centimetri. Perfetto per quell’essere che a neppure tre mesi di vita regala già emozioni.
Quando Claudia mi ha chiamato dopo la prima eco ero come ipnotizzata davanti ad un documentario: la vita, una vita che cresce dentro un’altra vita, una vita che ha già gambe e braccia e che giorno dopo giorno svilupperà ogni organo, esattamente come la sua mamma.
Bello.
Bello eppure con poco fascino se 31mm fosse nascosto dietro al mio ombelico. Io, sempre io curiosa ma non desiderosa (lo so, per ora) e sempre più circondata da gravidanze volute o non, interrotte o portate avanti con coraggio, sospette o conclamate. Stanno spuntando come funghi questi esserini e mai, mai, a chi li cerca da un sacco di tempo.
Il killer, sempre lui, prima che 31mm avesse un nome mi ha chiesto cosa aspetto a interrompere la pillola e solo un piatto di fumante piadina con affettati mi ha impedito di chiedergli consigli per potenziare l’effetto della mia pillola anticoncezionale... irrecuperabile, lo ammetto.
Ma è così, c’è poco da fare: davvero non mi sento tagliata per questo.
Però sono contenta ci sia 31mm, molto contenta e si, lo confesso, da quando la mamma di 31mm mi ha prenotato per la sala parto ho iniziato a sperare di esserci davvero a vedere gli ultimi istanti della gravidanza, quelli che terminano con l’incredibile spettacolo della nascita: nessuno che conosca è riuscito a raccontare quei momenti senza riviverli vividamente, interrompendo puntualmente il racconto come se quelle immagini fossero nuovamente innanzi ai loro occhi.
31mm: le due monetine da un centesimo affiancate più speciali del mondo!
Bevo latte. Ne ho le palle piene e bevo latte. Faccio una bella cazzata al lavoro, mi punto il dito contro diventando il peggior giudice di me stessa e smettendo di amarmi per ben più di un quarto d’ora, e bevo latte. Mi odio per quello che ho fatto perché fatico a perdonarmi e bevo latte. Inizio a valutare l’ipotesi di smettere, per una buona volta smettere, di massacrarmi da sola, e bevo latte. Svuoto e lavo i bicchieri persando che cazzo succede se accetto di accettarmi per quella che si impegna ma che non è infallibile e, non per questo, meritevole di meno affetto (del mio intendo) e bevo latte. Cammino per strada ancora tramortita per due giorni che vorrei, non dimenticare ma, indubbiamente, passar oltre, sentendomi strana alla sola ipotesi di non puntarmi il dito contro implacabilmente ogni volta… e bevo latte. Cerco di accettare l’idea di essere me nel bene e nel male, hai miei occhi intendo e non solo a quelli degli altri, e bevo latte. Ripeto a me stessa che se non fai non rischi, e bevo latte. Familiarizzo con quella me stessa che questa volta non fugge e non sta facendo nulla per fuggire, e bevo latte.
Faccio amicizia con quella me stessa che si sforza e dice a volce alta ciò che a fatica dice a se stessa a colui che mi ha comprato il latte.
…e lì, con il mio calice di latte crudo, ho piantato il primo gancio per procedere nella mia cordata verso me… perché odio sì sbagliare, voglio sì imparare sto cazzo di lavoro ma, soprattutto, smusssare quel mio orgoglio che mi impedisce di mostrarmi, in quei momenti, vulnerabile a chi amo e rispetto sul serio.
E, comunque:
- se ti passa la fame e bevi latte è meglio che digiunare
- non mi è venuta la colite
- il latte crudo lo trovate qui.
Parole verso l’alto. Dirti che sono confusa, pare poco e poi, tra me e Te, che io sia confusa vale niente perché in tutto questo io valgo davvero nulla. Tu sai sempre tutto, urli alle nostre orecchie e cerchi di rimettere a posto i pezzi anche senza la nostra volontà e noi sì che siamo dei casinisti di prima categoria ma Tu lo sai visto che ci hai creato proprio Tu. Però io continuo a non capire, non comprendo soprattutto questa maledetta empatia che mi colpisce rabbuiando le mie giornate quando mi vengono mostrate le vite altrui e, lasciaTelo dire, secondo me la cosa Ti sta sfuggendo un po’ di mano perché ho sempre saputo che dopo la salita c’era la discesa ma qui, anzi li, pare che non solo la salita non finisca mai ma che, alla fine, ci sia solo il dirupo. Io lo so: poi si sceglie se buttarsi o meno ma pare proprio che qui, anzi li, ci sia qualcuno che spinge.
Io e la mia empatia stiamo imparando la pazienza, lo spazio altrui e stiamo ragionando a fondo se fossimo negli altri panni: visto che nulla accade per caso era giusto io mettessi in discussione i miei principi per vedere se reggevano ancora e devo ammettere che sono stata ben felice di giungere sempre alle mie medesime conclusioni. Lo so, non sarei una buona cristiana se, messa alla prova, io le rispettassi ma sono convinta Tu comprenda a pieno le mie paure e convinzioni.
Resta, però, che non sono io a compiere una scelta, a vedere la propria vita prossima ad un cambiamento radicale. Resta, però, che anche se io non devo capire i Tuoi progetti, mi pare il caso Tu intervenga a pieni polmoni perché se io sto male a restare ferma qui, è altresì vero che c’è da impazzire ad esser lì.. quindi fai qualcosa e fallo presto perché l’affetto che mi lega a lei è fortissimo e non voglio vederla soffrire più di quanto non sia già avvenuto.
C’è qualcuno che merita una vita serena, fai solo che se sarà tramite una nuova vita, sia già da adesso felice perché lei ha bisogno di una guida ora e solo Tu puoi farti sentire da lei.
Respiro. Mi riempio i polmoni di asfalto bagnato mentre esco dall’ufficio. Finalmente esco dall’ufficio dopo una settimana che già da lunedì attendo di finire.
Ogni goccia che mi cade addosso pare macigno che vuole schiacciarmi.
Maledetto venerdì.
Maledetto venerdì tanto atteso che ora vorrei non fosse arrivato mai.
E le gocce cadono e io sprofondo.
A volte ci vuole uno scossone per destarsi dal torpore.
Altre, invece, basta solo un alibi per desiderare di esser la pioggia stessa.
Il temporale mi assorbe, come facessi parte di lui, come se l’autobus non arriverà mai, come se le risate di ieri non fossero mai esistite.
Ho cessato un uomo oggi.
Ho interrotto il suo rapporto di lavoro.
Ho cessato un dipendente oggi perché lui ha cessato di vivere.
Ho nomi sul mio computer e, solo per alcuni, ho delle storie.
Questo uomo ha una storia e, seppur piccola e senza volto in me, mi ha fatto male ciò che era necessario fare. Poco in verità, solo mettere una motivazione rispetto ad un’altra ma.. non era ancora successo neppure ai miei boss.
Per un attimo ho pensato a chi ha cessato mio padre.
Magari era la prima volta anche per lui.
E la pioggia continua a cadere e io, io ho ricominciato a scrivere.